L’empatia: uno strumento fondamentale in psicoterapia

“Il senso dell’identità richiede l’esistenza di un altro da cui uno si sente conosciuto”
(Laing, R.D. / The divided self)

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”
(Antoine De Saint-Exupery / Il Piccolo Principe)

La parola deriva dal greco “εμπαθεια” (empateia a sua volta composta en- “dentro” e pathos “sofferenza o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico. In psicologia l’empatia definisce un atteggiamento rivolto agli altri caratterizzato da uno sforzo di comprensione dell’altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale e ogni giudizio morale. Fondamentali, in questo contesto, anche gli studi recenti sui neuroni specchio, scoperti dall’équipe di Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma, che confermano che l’empatia non nasce da uno sforzo intellettuale intenzionale, ma è parte del corredo genetico della specie.
empatiaMettendo a confronto i vari ambiti in cui è stata esaminata l’empatia, emerge che essa ha la funzione di promuovere un contatto con l’altro in virtù di una possibilità di riconoscimento e “rispecchiamento”. Infatti, sia per la fenomenologia, sia per le neuroscienze l’empatia si struttura a partire dalla capacità di riconoscere nell’alterità qualche cosa di simile. La conoscenza dell’altro per mezzo del simile sembra essere fondante anche del meccanismo di simulazione interiore che avviene nell’ambito dei neuroni specchio. Precisamente, i neuroscienziati affermano che la comprensione diretta dell’altro – definita come empatia – e misurata in termini di intensità ed estensione della reazione neuronale, è tanto maggiore quanto l’azione osservata rientra nel “repertorio comportamentale” di colui che la osserva. Ovverosia, quanto più le persone si sentono simili a quelle che incontrano tanto più “facile” sarà comprenderle ed entrare in relazione con loro, anche poiché i loro neuroni reagiranno con maggiore intensità ed ampiezza. Sembra dunque che la capacità di empatizzazione sia direttamente correlata con il grado di somiglianza che risiede tra colui che empatizza e quanto viene empatizzato. In altre parole, appare che la nostra capacità di comprensione empatica sia fondata su un meccanismo primordiale di individuazione di somiglianze ed analogie. Ne consegue, che riusciamo ad essere empatici nella misura in cui riconosciamo nell’altro un certo grado di somiglianza con noi stessi.
Considerando quanto sovraesposto alla luce dei principi fondamentali della psicoterapia, emerge così l’esigenza di avvalersi di un aiuto psicoterapeutico che sappia, a seguito di un intenso lavoro di autoanalisi e di conoscenza di sé (nonché da percorsi di supervisione integrata in corso d’opera) discriminare “l’ascolto empatico” da ciò che, condizionato dal coinvolgimento affettivo derivante dalla somiglianza che la condizione del cliente gli evoca, lo rende vulnerabile di identificazione. Pertanto, perché la relazione possa essere giusta, empatica ed efficace, è necessario avvalersi della possibilità di un ascolto capace di investire nella qualità del “come se”, affinché gli automatismi basati su somiglianza e analogia che caratterizzano i “nostri specchi”, non pregiudichino la possibilità di comprendere ed accogliere l’altro a partire da un’etica del rispetto della sua unicità, irripetibilità e soprattutto libertà, e a prescindere dal nostro giudizio personale.