Autismo: che fare?

Scrivere questo articolo è per me un po’ una scelta obbligata. Ho iniziato a fare questo lavoro circa 15 anni fa.
autismoSubito dopo la laurea e la specializzazione ho cominciato a peregrinare per le varie istituzioni scolastiche della Regione, incontrando insegnanti, dirigenti, bidelli, genitori, ma soprattutto bambini e ragazzi. In Italia, a differenza di quanto accade in altri paesi, sono state abolite le scuole speciali. “Sonderschulen”, le chiamano in Germania. O “special need schools”, come vengono definite in Inghilterra. Pertanto, sebbene la mission etica che sottendeva alla loro chiusura fosse pensata come un tentativo di rispondere al diritto di “uguaglianza”, in realtà la carenza di strutture specifiche con personale specializzato ad hoc, ha creato non pochi problemi alle figure coinvolte nella presa in carico di un bambino con “bisogni speciali” in una classe di alunni con “bisogni normali” (e qui ci sarebbe da aprire un altro capitolo, ma facciamo un’altra volta…).
Sia che fossi chiamata direttamente dalle insegnanti o dal preside, sia che il mio intervento venisse richiesto dalla famiglia, le problematiche erano più o meno sempre le stesse. Il bambino non parlava, non si relazionava ai compagni, talvolta manifestava comportamenti auto o eteroaggressivi, presentava spesso ritardo cognitivo, disturbi di regolazione e o di iperattività, era insomma di difficile gestione considerando anche la necessità di garantire una politica di integrazione o inclusione nella classe di appartenenza. Come fare? E come sostenere un certo tipo di intervento in assenza di sufficienti risorse per una copertura totale delle ore di permanenza a scuola del bambino? Il dato reale, o dato di realtà, è che a partire dalla chiusura delle scuole speciali e proseguendo per le varie riforme che si sono susseguite negli ultimi anni, la situazione è andata sempre peggiorando, creando difficoltà sempre più significative sulla qualità della presa in carico sia dell’alunno con handicap sia degli altri alunni della classe. Anche perché, purtroppo o meno male, non è vero che siamo tutti uguali. Siamo tutti unici ma con uguale diritto all’istruzione (e non solo) nel rispetto della nostra unicità.
Secondo me, il problema non si concentra tanto e soltanto sulla risposta alla domanda “scuole speciali sì o scuole speciali no”, bensì su come favorire una vera e propria inclusione ed integrazione efficace dei ragazzi non solo “dentro” le istituzioni scolastiche ma anche e soprattutto all’interno dei loro contesti di vita, che in altre parole significa valorizzare il loro potenziale di persone in modo da promuovere lo sviluppo di competenze rispetto ai vari ambiti che rendono una persona tale (vedi, tra l’altro, le Life Skills). Quindi, il punto centrale della questione rimanda all’indispensabilità di non perdere di vista la dignità e l’unicità dell’essere persona, che prevede la promozione di contesti dove ella (o essa?) possa imparare e sviluppare le varie competenze che rendono umano l’umano: l’autonomia, l’adattamento, la relazione, la comunicazione e quindi l’apprendimento delle relative abilità, anche in ambito scolastico. Il nodo, o lo snodo, cruciale sta qui.
Alla luce dell’esigenza di rispondere alla tangibile e consistente richiesta di “curing and caring” che si estende dalla famiglia alla scuola, alle attività extrascolastiche a cui partecipano i ragazzi preziosi, appare indispensabile avvalersi di una rete di professionisti che collaborano e soprattutto condividono i vari step del percorso di presa in carico, in grado di prendersi cura, per l’appunto, delle varie necessità che caratterizzano la vita dei ragazzi e delle loro famiglie, attraverso un approccio integrato di intervento volto a promuovere un maggiore benessere ed una migliore qualità di vita. A partire dalla consapevolezza che non esistono ricette ma priorità, e che ogni ragazzo prezioso ha bisogno di un intervento su misura a partire dai suoi punti di forza e dalle sue potenzialità, dal riconoscimento della sua persona e della sua unicità in quanto tale.